Un lupo alfa, un capobranco. Non mi sbaglio. La primitiva bestia solitaria, che incede nei boschi con il muso sceso, lasciando tracce per la sua insaziabile femmina e il suo branco trascurato. Si, deve essere così. Quell’animale è stato testimone del tuo concepimento, avvenuto su di una collina, dove i filari di un nebbiolo ancora acerbo si perdevano nei boschi di faggi e querce secolari. Era appena iniziata un’estate calda, non mi sbaglio.
Non guardarmi con quell’espressione instupidita, perché le sorprese non finiscono qui, il tuo corpo sussurra ancora altro. Ti ho visto entrare in questa stanza buia, avanzando tra le mie fragili stregonerie. Con lenti opache ho fatto visita alle tue mani, trovando geroglifici dimenticati e incisioni rupestri tra le tue falangi.
Ebbene, a giudicare da come ti muovi tra le cose e da come questi robusti peli scivolino dall’avambraccio fino al dorso delle tue mani, penso che quel bastardo di un cane abbia avuto un ruolo diverso dal semplice spettatore.
Lo so, vorresti andartene. Pagare con l’argento il mio silenzio e uscire da questo circo traballante. Hai paura, la posso sentire perché è anche la mia. Le nostre vite, adesso, sono annodate. Dobbiamo restare, ci è necessario capire, per sciogliere questo nodo che ci strozza da sempre.
Sui tomi polverosi che mi leggeva mio padre quando ero piccolo si narra spesso del lupo alfa. Ho dimenticato quasi tutto di quei racconti, ma ricordo come questa fiera, dal pelo grigio, non si avvicinasse mai agli uomini, nemmeno all’ordine da essi generato. Vive e muore nei boschi quel lupo, le sue zampe evitano i villaggi, i campi coltivati, le strade e anche i sentieri. Il grande libro recitava;
Nessun uomo potrà dire di avere avvicinato il lupo alfa, nessuna strada avrà memoria delle sue impronte. Guai se non fosse così.
Queste parole spaventavano le mie notti acerbe e segnano tuttora la mia vita con l’inchiostro del mistero. Ora posso liberarmi, e forse posso liberare anche te, se permetti alla mia magia di penetrare nella tua carne, nel tuo respiro.
Non sarà più doloroso della verità. La pozione che già preparo, con il suo denso fumo, ti farà rigurgitare quello che hai visto senza occhi, udito senza orecchie, respirato senza polmoni nell’attimo in cui la tua prima cellula si è staccata come condensa dal soffitto del probabile, dalle arcate delle ipotesi, per precipitare nell’esistente; unica vita che vivi.
Sii forte ti prego, non tremare, hai sempre cercato facili verità; le grammatiche, le algebre, le parole e i numeri che ho visto come graffi sulle tue mani hanno confuso il tuo destino. Adesso è ora di andare sotto quelle tacche antropogeniche e scoprire chi sei o quello che sei destinato a essere.
Apri la bocca dunque, mostrami le fauci, permettimi di bruciare la tua anima con questa lava bollente. Voglio sentire l’esalazione del tuo nocciolo mentre avvampa. Bravo, ingurgita tutto, bevi questa liquida magia e sputa solide verità, io saprò tradurle in parole.
Inizio a vederlo quel lupo al confine del bosco. E’ solo, è il capobranco, è il maschio alfa, ne ero certo. La sua magrezza è quella di chi non caccia insieme ad altri lupi da settimane, gli occhi lucidi riflettono il ricordo di una femmina abbandonata, di cuccioli che non riconoscerebbero il suo odore.
Cerca qualcosa con il muso basso, lo sguardo fisso tra i filari della vite. Due corpi in amore, nudi, illuminati dalla luna e avvolti dal frinire delle cicale. L’erba alta. Vedo il tuo concepimento. Lo stesso che vede il lupo.
Non posso fermarlo mentre avanza abbandonando il bosco. Non posso fermarlo mentre infrange tutte le leggi dei libri antichi, cancellando le parole che mi ha lasciato mio padre. Procede tra i filari, senza rumore, le sue zampe sono pendoli di eleganza. Mi bruciano gli occhi, diventerò cieco. Il lupo è sopra tuo padre, graffia la sua schiena, ripetutamente, gli morde il collo. Un ululato riempie tutto lo spazio lasciato libero dalla natura; tu esisti. Il lupo svanisce nel buio, io non vedo più niente, non vedo più niente. E tu, …tu sei figlio di un uomo graffiato da un lupo alfa. Incline ad abbandonare il branco, patirai la fame per ricerche senza senso e nessuna strada avrà memoria delle tue impronte. Questo è il tuo destino. E ora vattene, lasciami guardare nel buio che mi hai regalato.